Ida Antonella, detta “Della”, insegna all’Università Americana di Roma e ha due grandi passioni: l’editoria e la politica. Da giovane si è confrontata con i problemi di droga e terrorismo dell’Italia di fine anni ’70 da cui, dice, si è salvata grazie al femminismo. Poi, grazie a un uomo molto speciale, ha fondato Sinnos, una cooperativa che si occupa della diffusione di libri per ragazzi. E che le dà la motivazione giusta per portare le sue storie anche a centri di accoglienza di Lampedusa.

Se dovessi ringraziare qualcuno per la donna che sono oggi, quel qualcuno sarebbe sicuramente mio padre: economista, finito il liceo mi mandò a “imparare un lavoro vero”, la dattilografia. L’intraprendenza in fondo è sempre stata un “vizio” di famiglia: mio nonno, con solo la terza elementare, diventò dirigente del Banco di Napoli. Nella mia vita non sono però mancati i momenti difficili. Nel ’78, per esempio, ero giovane e l’Italia era attraversata dai problemi della droga e del terrorismo. Il femminismo mi ha salvata: durante questi anni ho conosciuto donne straordinarie, e la loro libertà, la loro voglia di cambiare il mondo, mi hanno profondamente segnata. Non ho mai abbandonato il mio gruppo di amiche: nonostante ognuna alla fine abbia preso strade diverse, ci diamo un appuntamento fisso, ogni anno, il 23 dicembre, per raccontarci, discutere, fare il punto sulle nostre vite.

Dopo la laurea, ho conosciuto un altro uomo importante: Antonio, con il quale, nel 1990, ho fondato la cooperativa Sinnos, con l’obiettivo di produrre editoria per ragazzi. Si tratta di una realtà composta da nove soci, e anche se Antonio ci ha lasciato qualche anno fa, teniamo viva la sua memoria pubblicando le “biblioteche di Antonio”: ogni anno, scegliamo i migliori libri per ragazzi e li regaliamo alle scuole in difficoltà. Finora abbiamo distribuito gratuitamente ben 4.000 testi in tutta Italia.

Oggi insegno letteratura italiana all’Università Americana di Roma. Non ho mai abbandonato l’editoria, ma ho cercato di sfruttare questa situazione per insegnare qualcosa ai miei alunni: con loro capisco quanto il gap generazionale sia forte, dal momento che i problemi che avevamo noi, loro non li immaginano neanche. Non hanno (e non per colpa loro) l’educazione di capire e affrontare la società o il contesto politico. Così, tocca a noi docenti introdurli in questo mondo: quando finalmente guardano le cose da un punto di vista diverso, è proprio in quel momento che diventano capaci di mettere in discussione il loro stesso pregiudizio e crescere.

Quest’anno la nostra casa editrice ha compiuto venticinque anni, e in questa occasione abbiamo realizzato il nostro progetto più importante: collaboriamo con International Board on Books for Young People per la distribuzione dei “silent book”, ovvero libri fatti di sole immagini che possano essere letti anche dagli stranieri. In particolare, questi testi sono arrivati agli immigrati a Lampedusa, e i ragazzi lampedusani gestiscono in autonomia prestiti e ritiri per i centri di accoglienza: una partecipazione che mi riempie di gioia e commozione. Con delle nuove generazioni così, chi ha paura del futuro?

Pubblicato il: 21 dicembre 2015
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