Raccogliere tappi da scuole e aziende per finanziare la ricerca e combattere una grave malattia ematologica ad oggi inguaribile. È l’idea di Alessandra Trojani, che ci ha raccontato la sua storia tra scienza e creatività.

Può il tappo di plastica di una bottiglia d’acqua finanziare la ricerca scientifica? Se la domanda vi sembra strana, la risposta non lo è. Sì, è possibile. E succede all’Ospedale Niguarda di Milano, dove la ricercatrice Alessandra Trojani sostiene così la sua ricerca in Ematologia, con l’aiuto dell’AMS (Associazione Malattie del Sangue). L’abbiamo incontrata per farci spiegare come funziona.

Dottoressa Trojani, il suo stipendio è pagato dalla raccolta dei tappi di plastica dei cittadini. Come funziona?
La raccolta dei tappi di plastica avviene grazie alla generosità dei cittadini italiani, che li raccolgono nelle scuole, nelle aziende o dai privati. Il ricavato del riciclaggio dei tappi serve all’Associazione per finanziare un mio contratto di lavoro sulla ricerca genetica di una grave malattia ematologica ad oggi inguaribile.

Non avete pensato a un autofinanziamento che restasse nell’ambito ospedaliero?
L’ospedale non provvede a finanziare parte della ricerca in seguito ai tagli della sanità.

L’idea è certamente creativa e sorprendente, e funziona! Chi sono i migliori raccoglitori di tappi, quindi anche i più forti sostenitori della ricerca?
Le persone sono tutte molto generose e sensibili al tema della salute. Si è formata una rete di comunicazione dai bambini ai nonni, genitori e amici. Ma ci sono anche gruppi di amici, persone anziane, malati, persone guarite o volontari che si danno un gran da fare per raccogliere i tappi per noi.

Lei va anche nelle scuole a raccontare il suo lavoro. Che cosa racconta ai bambini?
Mostro diapositive che illustrano che cosa è il DNA, come è fatta una cellula, e che cosa succede al DNA quando una persona si ammala di una malattia ematologica. Chiedo ai bambini se qualcuno vorrà fare il ricercatore e le risposte sono divertenti: qualcuno vuole fare il calciatore, ma altri invece rimangono a bocca aperta e chissà cosa gli passa per la testa. I bambini sono molto intelligenti e fanno domande acute, anche perché spesso sono già venuti in contatto con la realtà delle malattie nelle loro famiglie. Mi è capitato anche il caso di un bambino con una malattia genetica, che mi ha chiesto se ci fossero possibilità di guarire.

Che cosa consiglia a una lavoratrice che ha un grande progetto ma non sa come finanziarlo?
Di crearsi più contatti possibili con persone nell’ambito del suo settore, in grado di suggerire idee, e iniziare ad avere collaborazioni per raggiungere gli obiettivi del progetto. La nostra è una grande rete comunicativa di persone in espansione con tanta volontà e cuore. Nonostante la grande fatica e gli enormi sforzi che compio da anni per fare il mio lavoro, credo che in questo paese si debba assolutamente fare di tutto per aiutare la ricerca, perché è quella che tutela la nostra salute.

Pubblicato il: 22 marzo 2016
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