Donne che cambiano lavoro, per trovare nuove idee, migliorarsi e provare a crescere. È il fenomeno (in crescita) del dropping out, Rossella Venturi, giornalista, ci spiega di che cosa si tratta.

Un Millennial su quattro (cioè chi è nato dagli anni 80 ai Duemila) vorrebbe lasciare la propria azienda entro un anno. Se si considera un arco temporale più lungo, diciamo due anni, lo farebbe addirittura il 44%. Entro il 2020, poi, ben due su tre, sperano di essersene andati. E le donne sono in cima alla lista. Lo dice una ricerca presentata da Deloitte, colosso globale della consulenza aziendale, all’ultimo World Economic Forum che si è appena tenuto a Davos. Chaterine Engebert, chief executive officer di Deloitte, mette in guardia i datori di lavoro: “Attenzione, è una cosa seria, un fenomeno che rischia di privare le aziende dei leader del futuro, i Millennials rappresentano il segmento più consistente delle vostre risorse umane”.

Sono soprattutto le donne a sentirsi sottoutilizzate e a non riconoscersi negli obiettivi di aziende che trascurano valori, etica, comportamenti. Il fenomeno del dropping out femminile non è nuovo. Già dieci anni fa si è cominciato a parlare di executive arrivate ai vertici o in carriera che, nell’impossibilità di trovare un decente work-life balance in posti ancora strutturati rigorosamente al maschile, se ne andavano, con secca perdita di competenze e leadership per le aziende. Oggi le Millennials ripropongono il problema. Ma il rischio per loro è che, una volta saltate giù, sia ancora più difficile sviluppare skills di leadership e raggiungere una parità di genere nelle fila degli executives.

Che fare? Coinvolgere gli uomini proprio nel discorso della parità è stato uno dei grandi temi di Davos. Come dice Catherine Engerbert: “Le aziende devono aiutare le donne a farsi sentire di più, a proporsi quando una posizione senior è disponibile, a valorizzare la loro capacità di collaborazione e di team building. Ma noi dagli uomini dobbiamo imparare ad auto-promuoverci e smettere di scusarci per tutto. Quanti uomini avete visto entrare in una stanza e dire: I’m sorry?”. Sorry, ma ha ragione.

Pubblicato il: 4 febbraio 2016
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