Mindfulness, ovvero: ascoltare se stessi. Se gli impegni quotidiani deconcentrano e allontanano da se stessi, è il momento di staccare la spina, ma nel modo giusto…

“La mindfulness è l’arte di essere consapevoli”: è questa la definizione che si da’ a questa recente disciplina, che da qualche tempo sta prendendo sempre più piede negli studi di psicoterapia, e non solo. Ma cos’ha di speciale? In cosa consiste? Vediamo come praticare questa nuova tecnica, a metà tra la meditazione e l’ascolto di se stessi, e come può essere utile sul lavoro.

Mindfulness: ancorarsi alla realtà

Il lavoro, la famiglia, il futuro o il passato: sembra che il nostro cervello si sforzi sempre a trovare una soluzione che non è particolarmente utile nell’immediato. Una buona capacità la nostra, quella della flessibilità e della lungimiranza, ma che a volte crea inutili ansie e attese. Proprio qui entra in gioco la mindfulness, parola inglese che significa “consapevolezza”, ma in un senso più ampio: significa infatti consapevolezza non solo dei pensieri, dannosi e non, ma anche dell’ambiente circostante e del nostro corpo. Praticare la mindfulness significa porre sull’attenti tutti i sensi, ancorarsi alla realtà e non esserne risucchiati. Non è una vera e propria tecnica di meditazione o di rilassamento, ma ne rappresenta i princìpi in fase ancora germinale: aiuta a riconoscere la pienezza dell’esperienza presente in tutte le sue sfaccettature. Con questo processo di accettazione, infatti, si è poi pronti a reagire subito dopo.

Un approccio scientifico per una realtà complicata

Se è vero quindi che il processo decisionale sia ormai una teoria psicologica appurata dagli studi più autorevoli, la mindfulness da’ lustro anche alla fase preliminare di una decisione, ovvero tutto quell’insieme di sensazioni di disagio e sofferenza che, secondo tale pratica, vanno accolti e non scacciati. Pare infatti che praticarla costantemente (e per almeno otto settimane), attivi in modo selettivo strutture del lobo prefrontale e dell’insula, aree del cervello deputate alla gestione delle complessità. Un vero e proprio approccio scientifico, messo a punto dal lavoro trentennale da Jon Kabat-Zinn, professore di medicina presso la University of Massachusetts, che parla di “potere liberatorio della consapevolezza”. La mindfulness infatti prevede due tipologie di esercizi: quelli formali, che prevedono un body scan in un ambiente silenzioso e assumendo la tipica posizione di meditazione, e quelli informali, da attuare durante le attività quotidiane.

Mindfulness e sfera lavorativa: la svolta?

Ormai da molti anni, i ricercatori della University of Massachisetts sostengono l’esigenza di far praticare tale tecnica anche in ambienti più strutturati, come quello lavorativo. Pare infatti che, nella nuova ottica organizzativa di “benessere aziendale”, praticare la mindfulness aiuti a ridurre lo stress e aumentare la produttività, incrementando concentrazione e prestazioni. E non pensare sia una perdita di tempo: come dice l’Istituto Italiano di Mindfulness “lo stato meditativo non è mai una condizione passiva, ma l’individuo impara ad aprire spazi nuovi nella propria vita, apprendendo il valore del fermarsi, per verificare la validità di ciò che sta facendo.” Con l’aumento della dopamina (ormone del buonumore stimolato dalla mindfulness), sale anche il ROI e diminuiscono i costi. Lo stress va via e le sinapsi si rafforzano, aiutando nei momenti di maggiore pressione.

Non siete ancora convinti?

Il sito mindfulnet.org, ha pubblicato una lista delle maggiori aziende che fanno praticare regolarmente la mindfulness ai propri dipendenti: impossibile non notare nomi come Apple, General Motors, IBM e molti altri. Pare quindi che anche i top manager meditino, e esortino i propri team a farlo. Perché non provare?

 

Pubblicato il: 21 giugno 2016
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