E’ disponibile il nuovo rapporto Ocse: il risultato? Italia poco formata (e l’occupazione femminile soffre)

Italia dei record? Sì, ma negativi. E’ questo lo spaccato che emerge dall’ultimo rapporto Ocse: gli italiani sono poco formati, gli studenti del Sud sono un anno indietro rispetto ai colleghi del Nord e l’occupazione femminile – neanche a dirlo – arranca.

Tanto sforzo per nulla: l’occupazione femminile non vola

L’Italia è al quart’ultimo posto per percentuale di donne occupate, e, cosa ancora peggiore, molte donne risultano inattive (ben un terzo più alto del totale!), cioè non sono alla ricerca di un impiego. Un problema familiare? Non sembra: seppur si pensi ancora che la mancanza femminile, in famiglia, pesi più di quella maschile, in realtà il tasso di fertilità è tra i più bassi nell’Ocse. Ma anche nella questione familiare, che sfocia nel ben più noto problema del work-life balance, le donne risultano essere abbandonate a se stesse: seppur le aziende si sforzino di adottare modelli inclusivi, in realtà gli accessi agli asili nido e ai posti di lavoro flessibili sono molto bassi. Pare che siano proprio le istituzioni le maggiori responsabili: il sistema fiscale non garantisce adeguati sostegni e incentivi per l’aumento dell’occupazione femminile, e le aziende fanno quello che possono, all’interno di un programma che deve vedere la salute di cassa tra i principali protagonisti. Insomma, il welfare debole e poco attento pesa sia dal lato della domanda che dal lato dell’offerta: le donne sono tra le più istruite, spesso più preparate e qualificate, ma meno presenti nei lavori più redditizi. Il tasso di partecipazione, infatti, è fermo al 48%, al contrario del 66% della compagine maschile: fanalino di coda solo dopo Corea, Cile, Messico e Turchia. Il paradosso? Le donne lavorano più degli uomini, e non solo sul posto di lavoro: il lavoro non pagato, quello casalingo, viene annoverato in tutti i paesi industrializzati come una problematica culturale che vede la donna come l’unica che si addossa lo svolgimento delle faccende domestiche, non potendo fare affidamento sul compagno. Ma, in Italia, il lavoro casalingo non pagato grava su ben tre quarti delle donne: se al lavoro retribuito vengono dedicati 197 minuti, a quello non retribuito vengono dedicati ben 315 minuti. L’uomo? Dedica solo 105 minuti al lavoro non retribuito.
Le istituzioni fanno le orecchie da mercante anche nel sostegno post maternità: solo un bambino su quattro tra gli zero e i due anni è affidato alle cure di un asilo nido, che permetterebbe alla neomamma di reinserirsi gradualmente nel mondo del lavoro. Un gap che pesa sull’intera economia familiare: se una donna non torna a lavorare dopo la maternità, l’intera famiglia deve far fronte a una perdita di reddito annua del 31%, la media più alta tra gli Ocse. Ma una buona notizia c’è: il gap salariale è fra i più bassi dell’area (5,6% contro il 14,3% della media). Questo dimostra che le ragazze italiane hanno tutte le carte in regola per riuscire a occupare posti di prestigio nel mondo del lavoro, con un buon livello di istruzione e il sostegno delle istituzioni. Così, si potrebbe anche evitare la nascita di ulteriore lavoro autonomo come ripiego, che dal rapporto Ocse risulta essere anche il meno redditizio: qui il gap uomo-donna si fa sentire di più, e si assesta su uno sconcertante 54%. Le donne, poi, hanno maggiori difficoltà ad accedere ai finanziamenti sulle start-up: sfuma così il sogno di avere un lavoro dagli orari flessibili, che comunque giova sia a uomini che a donne, dal momento che, per ora, l’Italia non sembra sostenere le aziende che adottano modelli di smart working. A quando l’evoluzione?

Il problema low-skills-equilibrium

Tra i problemi emersi dal rapporto, un posto d’onore lo occupa il fattore formazione della forza lavoro italiana: pare, infatti, che il lavoratore italiano abbia meno competenze rispetto alla media dei paesi Ocse, e che il vero problema sussista nel mancato incontro tra domanda e offerta. Ma non solo: negli ultimi quindici anni, seppur l’occupazione sia aumentata, la produttività è risultata in forte stallo. I numeri parlano chiaro: ben 13 milioni di adulti hanno basse competenze, il 40% in più rispetto alla media degli altri paesi. Ma la luce in fondo al tunnel c’è: il rapporto ha giudicato positiva la manovra del Jobs Act, che ha creato 850.000 posti di lavoro dalla sua messa in atto. Un consiglio Ocse in più? Abbassare i contributi sociali gravanti sui datori di lavoro.

L’annosa questione Nord-Sud

In materia di competenze e formazione, l’Ocse si concentra anche sul divario delle università italiane: i nostri laureati di età compresa tra i 25 e i 34 anni sono il 10% in meno rispetto alla media Ocse (in Italia si stabilizzano sul 20%, contro il 30% Ocse), si piazzano 26esimi su 29 nell’ambito delle STEM , e gli studenti del Sud risultano essere un anno indietro rispetto ai colleghi del Nord. Dal rapporto emerge che non è certo colpa degli studenti meridionali, in consistente presenza anche nelle università del Nord: ma quanto dovranno ancora aspettare i ragazzi del Sud che non vogliono – o non possono – spostarsi dalle proprie università, prima di avere un livello di risorse universitarie disponibili e programmi di studio adeguati? Anche qui, sembra che le istituzioni, e le università in primis, non si muovano per livellare la situazione. Con conseguente sofferenza dei futuri lavoratori.

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Pubblicato il: 10 ottobre 2017
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