Roberta Quartucci: classe ’67, due figli e una convinzione, quella che la parola “reinventarsi” abbia mille significati. Lo dimostra la sua storia: da Export Manager a dirigente della squadra di pallavolo dei suoi figli. La soddisfazione del suo nuovo lavoro? Riuscire a tenere tutto in equilibrio. E vedere due piccole persone crescere giorno dopo giorno.

Perché lavorare facendo le stesse cose per anni? Sono cresciuta con questa domanda, perché, quando da piccola mi immaginavo grande e con un lavoro tutto mio, non capivo come si potesse lavorare per troppo tempo su qualcosa che non avrebbe potuto portarmi qualcosa di nuovo. È per questo che dopo il liceo linguistico, sono passata da “operaia linea catena” a centralinista, diventando poi Export Manager. Una manager rivoluzionaria, perché ho cambiato l’ufficio rapporti esteri della mia azienda. E l’ho fatto crescere.

Ma crescere e reinventarsi per me significa molto di più, e l’ho provato anche in altri ambiti della mia vita. All’inizio del 2000 ho capito che volevo cambiare lavoro. Ero diventata mamma da poco e le mie ricerche su salute e benessere della mia famiglia si sono trasformate da passione smodata a qualcosa di più. Con un’amica, ho scelto di aprire una società di naturopatia: tra corsi di pilates, meditazione e riflessologia, sono trascorsi 12 anni, che si cono conclusi quando la mia socia ha deciso di lasciare. Da sola non ho resistito molto: complice la crisi, avevo perso molti dei miei clienti abituali, così ho chiuso baracca e mi sono dedicata completamente alla famiglia.

Molti credono che la fase più difficile della maternità sia l’infanzia del figlio: sbagliato, la vera sfida è l’adolescenza. Avere a che fare con piccole donne e piccoli uomini con le loro convinzioni e un loro personale modo di ragionare è una costante sfida. È stato quando i miei figli Elena e Matteo sono diventati adolescenti che ho deciso che sarei entrata, in punta di piedi e con rispetto, nella loro vita sociale. Mi sono subito resa conto del loro talento nella pallavolo, e ho iniziato a seguirli a tutte le partite, fino a diventare un punto di riferimento per le due squadre, tanto da diventare oggi dirigente di squadra. Oltre a controllare la borsa medica e la modulistica, sono l’anello di congiunzione tra i genitori dei ragazzi e l’allenatore. Un impegno non facile: i gap comunicativi sono tanti, ma sono brava a tenere tutto in equilibrio, specialmente perché condivido con i miei ragazzi momenti speciali, che non sono solo i classici litigi.

Nel mio piccolo, credo di essere l’esempio lampante di come la parola “reinventarsi” possa assumere tantissimi significati, anche nella maternità: i figli alimentano la determinazione, allenano la comunicazione e istruiscono all’imprevisto, più di una qualsiasi promozione al lavoro. Certo, anche io ho i miei problemi: a volte si discute, e devo chiedere loro un “atto di fede”, spiegare che a trent’anni mi ringrazieranno di alcune decisioni. I musi lunghi li vedo spesso, ma la meraviglia è vederli trasformarsi in sorrisi, a casa e sul campo: è questo il mio guadagno, quello di vedere due piccole persone che crescono nel modo giusto, giorno dopo giorno.

 

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Pubblicato il: 1 dicembre 2015
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