Irene, 37 anni, due bambini e una passione per l’architettura. Già da giovane però, il suo coraggio e il suo spirito libero, l’hanno portata a girare l’Italia e l’Europa, sempre con un progetto nuovo, capace di darle l’ispirazione giusta per trovare la sua strada lavorativa. Oggi però, dopo alcuni studi di architettura e due gravidanze, Irene ha scelto di realizzare il suo progetto: una piattaforma che ridà vita a vecchi mobili, nata anche dall’incontro con una collega. Che le ha insegnato onestà, precisione e trasparenza.

I primi campanelli d’allarme sono arrivati durante le scuole medie, quando, di fronte alla scelta della scuola da frequentare, nonostante i consigli dei miei professori (che volevano proseguissi con le magistrali), ho scelto il liceo scientifico. Non avevo voti altissimi in matematica, ma mi piaceva ed ero parecchio testarda. Poi è toccato all’università: mi sono iscritta alla facoltà di architettura a Firenze, specializzandomi in restauro con una tesi in Metodologie per la salvaguardia dei beni culturali in ambito di guerra. Ho trascorso mesi e mesi ad analizzare casi di studio di siti archeologici in Cisgiordania, visitando Gerusalemme, Betlemme, Ramallah e il fiume Giordano. In poco tempo avevo fatto della mia passione un mio percorso di vita.

Tornata in Italia, ho fatto di nuovo le valigie e mi sono spostata nelle Marche, dove ho collaborato con Legambiente nell’intervento in caso di catastrofi naturali. Mi occupavo di formare gruppi di volontari, organizzando corsi di formazione. Nel frattempo però, frequentavo un master in peacekeeping e sognavo di lavorare in uno studio di architettura. Il mio istinto mi ha portato a candidarmi per il bando Leonardo in Spagna, dove sono rimasta per qualche mese. Tornata ad Ancona, ho imparato a usare i nuovi software di disegno e ho stretto amicizia con una donna che ha cambiato la mia vita. Si trattava di un’architetta, una persona onesta, precisa e trasparente. Questo modo di lavorare orientato al cliente, appassionato e focalizzato, mi aveva colpito. Spesso mi è successo di avere a che fare con responsabili che hanno un rapporto superficiale e scorretto con i loro dipendenti. Lei mi ha aiutata a dare sempre il massimo.

Una volta in Italia ho scelto di fare il grande passo. Nel 2011 ho incontrato Massimo e mi sono trasferita a Milano. Poco dopo ho avuto Eugenio, il mio primo figlio. La gravidanza a rischio non mi ha permesso di continuare a frequentare lo studio dove lavoravo in quei mesi, così ho scelto di dedicarmi alle commesse. Ho provato a rientrare in studio, ma con scarsi risultati. Pochi mesi dopo, nel 2014, è nata Ada.

Con la mia seconda gravidanza, ho capito che cosa volevo fare: oggi, a 37 anni, sto lavorando a una piattaforma dove le persone possono ridare vita a vecchi mobili di cui non hanno più bisogno. Gli utenti postano le foto dei loro arredi e io, con la mia squadra di artigiani, propongo un progetto di riutilizzo, trasformando l’oggetto in qualcosa di nuovo. Mi piace non dover rinunciare a pezzi della nostra storia e di aiutare i miei clienti a tirare fuori il massimo da quello che hanno. Un po’ come la gravidanza per me: grazie a Eugenio e Ada ho definito le mie idee e le mie sfide, focalizzandomi sui miei obiettivi e i miei progetti.

Per visitare il profilo workHer di Irene clicca qui.

Pubblicato il: 19 ottobre 2015
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