La storia di Maria Vittoria è fatta di due vite: la prima, come professoressa di francese, si è conclusa con la scelta di avviare un’idea nata dalla sua passione. La seconda ha preso il via un giorno, quando ha capito che la tradizione del merletto italiano andava valorizzata e tramandata. Così Maria Vittoria ha aperto la sua scuola e oggi viaggia in tutto il mondo. Con un obiettivo: rendere il merletto italiano patrimonio dell’umanità.

Quando ho scelto di cambiare la mia prima vita insegnavo da 32 anni. Ero una professoressa di francese e lavoravo nei licei con passione e curiosità. Sapevo che quello che facevo non riguardava solo l’insegnamento di una lingua, ma che si trattava anche di accompagnare i miei studenti in quella fase della vita a metà tra l’adolescenza e l’età adulta. Perché avere a che fare con i giovani, con le loro speranze e con i loro buoni propositi verso il futuro mi faceva stare bene. Così cercavo di non limitarmi a insegnare, consigliare letture e trasmettere la passione per i classici francesi, ma mi offrivo anche di ascoltarli e aiutarli ad affrontare le grandi, piccole, difficoltà dell’adolescenza.

Poi però, un giorno, capisco che il mio passato, sarebbe potuto diventare il mio futuro. Ero cresciuta con un ricordo vivo, ben impresso nella mia mente: l’immagine di mia nonna e mia madre, insieme, che ricamavano il mio corredo, mentre io avevo 4 anni e le guardavo affascinata. E mi sono detta: perché no? Sono nata a Orvieto, in terre etrusche, dove lavorare il merletto significava avere a cuore la tradizione di quel territorio e una cultura che veniva tramandata spesso di madre in figlia. Si trattava di una tecnica antica, che risale al 1907, quando la Contessina Maria Vittoria Faina aveva creato in Toscana un comitato di Patronesse per far lavorare le donne del popolo secondo la tradizione del merletto irlandese. Le modalità di lavorazione sono poi cambiate e hanno dato vita al celebre merletto di Orvieto.

L’idea di aprire una scuola è nata quando ho capito che era necessario avere un anello in grado di unire il passato al presente. Avevo capito che la tradizione andava custodita e tramandata, così, nel 1995 mi lancio nella mia seconda vita. E apro la scuola Bolsena Ricama. Qui insegno la tecnica del merletto di Orvieto, un patrimonio da riconoscere a valorizzare, che, a sorpresa, attrae la curiosità di molte persone in tutto il mondo. Da Venezia, dove palazzi storici mettono a disposizione gli spazi per esposizioni itineranti, al Giappone, dove vengo spesso invitata per mostrare le tecniche di lavorazione. Perché, come ricordavo dalla mia esperienza nelle classi, sono i giovani gli unici che possono raccogliere questo testimone ed evitare che la tradizione venga dimenticata.

Non è stato sempre facile. Dopo la morte di mio marito ho dovuto combattere contro una grave malattia al cervello che mi ha allontanata dal lavoro per alcuni mesi. Grazie alle mie collaboratrici la scuola è andata avanti, con l’obiettivo di inculcare nella mente delle persone che entravano in contatto con noi l’idea che non si tratta di una banale attività femminile, ma di un patrimonio artistico, di cultura. Allora ho voluto creare la prima rete di comunità, sindaci, fondazioni e casse di risparmio per dare vita a un progetto che catalogherebbe il merletto italiano come patrimonio dell’umanità. Ci stiamo lavorando e i risultati sembrano vicini. Ho anche provato a proporre un corso di merletto alle scuole, ma l’accoglienza non è stata calorosa. Lancio allora una proposta: perché non recuperiamo le ore scolastiche di economia domestica e la apriamo a maschi e femmine come succede in Finlandia?

Pubblicato il: 29 ottobre 2015
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