Dai banchi della Sapienza alla premiazione, da parte di Vox, della sua idea nel concorso “Youth in Action”, proposto dalla Fondazione Accenture: il percorso di Chiara Gemmiti tra viaggi all’estero e intuizioni che potrebbero cambiare la vita di molte persone.

Trent’anni, romana per vocazione e architetto per passione: una laurea, la sua, ottenuta nel 2012 alla Sapienza di Roma, che le ha permesso di lavorare prima in Italia, nello studio di un noto professionista, e poi all’estero. Da lì, Chiara si sposta e viaggia, venendo a contatto con realtà belle ma difficili: “In particolare, è stato il Master di Cooperazione Internazionale in Architettura Sostenibile e dell’Emergenza a Barcellona che mi ha spinto ad avvicinarmi all’architettura umanitaria.”, racconta. Il master, infatti, le ha permesso di partire per un viaggio studio in India, dove è stata coinvolta in un processo di ricostruzione post-terremoto in Nepal, terra ancora oggi dilaniata dalla catastrofe del 2015. “E’ stata un’esperienza fortissima, dal lato professionale e umano, che ha determinato per me il mio momento di consapevolezza: l’architettura è uno strumento potentissimo per aiutare gli altri.”

Come sei arrivata a parlare di ricostruzione proprio qui in Italia?

“Raccolta la mia esperienza”, continua Chiara, “sono tornata in Italia e ho messo in valigia un altro progetto: applicare le mie conoscenze nella ricostruzione dell’Aquila dopo il terribile terremoto del 2009, cosa che ho fatto grazie alla tesi di master”.

Come sei venuta a conoscenza di “Youth in Action” e cosa ha determinato per te?

“Se la sostenibilità era il era futuro professionale, “Youth in Action” è stata la mia occasione.”, sostiene Chiara. “Youth in Action”, infatti, è la call for ideas promossa dalla Fondazione Accenture, in collaborazione con la Fondazione Eni Enrico Mattei e la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. I progetti presentati, oltre ad essere una buona occasione di confronto sul tema della povertà e del consumo responsabile, sostenevano i 17 obiettivi umanitari e sostenibili dell’ONU. Una vetrina importante, quindi, che Chiara ha dominato grazie al suo progetto “Impianto di riciclaggio su scala comunitaria”. Che spiega: “Ho messo a punto una linea tecnologica mediante l’individuazione di processi base di trattamento del materiale/rifiuto, in modo da poter riprocessare quest’ultimo, grazie a macchine a bassa automazione e di piccola taglia”.

Quale credi sia stato il tuo punto di forza?

“Sicuramente la possibilità di avere macchine piccole, maneggevoli e che necessitano di poca energia elettrica. E poi il trasferimento del know-how, per rendere queste popolazioni sempre più indipendenti”.

E la questione del riciclo?

“E’ importante anche quella”, continua Chiara, “se si pensa che con un impianto di 1.300 mq si possono creare 125.000 scatole di scarpe in un anno. Niente male, se si pensa a come il packaging sia fondamentale nel mondo della moda, che guarda sempre di più all’ecologia”.

Parliamo della tua professione: cosa significa essere architetto oggi?

“Ho lavorato per diversi studi in Italia, e se c’è una cosa che ho imparato è che dobbiamo e possiamo essere leader sociali, ideando soluzioni pragmatiche e utili sotto ogni punto di vista.” E quando un’idea funziona, non importa il genere: non c’è discriminazione che tenga.

Progetti per il futuro?

“Continuare a lavorare in campo umanitario, in Italia e all’estero. In Italia, ad esempio, c’è molto da fare a Roma per il problema dei rifiuti. All’estero mi piacerebbe continuare a collaborare con le ONG. Nel frattempo vediamo cosa succede dopo lo stage-premio dello ‘Youth in Action’. Magari potrei decidere di scrivere un libro sulla mia esperienza…”

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Pubblicato il: 1 luglio 2017
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