Anche se ancora poco conosciuta, la dipendenza da lavoro è una patologia pericolosa e alienante: ecco i consigli per riconoscerla e i rimedi da attuare nel breve e nel lungo periodo.

Si può parlare di “dipendenza”, quando si parla di lavoro? A quanto pare si, e il workaholic è proprio questo: il bisogno incontrollabile di lavorare. Può sembrare strano, ma in realtà il disturbo fu teorizzato per la prima volta già nel 1971 nel libro “Confession of a workaholic” dello studioso Edward Oates, e fu definito come una new addiction, una patologia. Nonostante in Italia sia studiato da pochissimo, si stima che la percentuale della popolazione che ne soffre è pari a quella che è dipendente dal gioco d’azzardo, quindi tra l’1 e il 3% della nazione. E la tecnologia non aiuta: sempre connessi tramite Whatsapp, sempre aggiornati tramite le email, sembra che lo smartphone sia il nuovo ufficio, e la facilità con cui lo si intasca rende labile il confine tra lavoro e tempo libero. Un’opportunità, certo, ma anche un rischio.

Workaholic a chi?

Anche se è molto difficile da diagnosticare, il disturbo risponde alla definizione di dipendenza vera e propria: in Giappone, dove il fenomeno è più diffuso, le è stato attribuito il nome di Karōshi, ovvero “morte per eccesso di lavoro” (a causa del tasso di suicidi molto alto). Per fortuna in Italia la situazione è di gran lunga più leggera, e se si pone attenzione ai primi sintomi, con l’aiuto di un esperto e di amici e parenti, se ne può tranquillamente uscire. Ma come individuare i primi segnali?

Come nasce

Anche se spesso è una pratica incoraggiata, l’eccessiva dedizione al lavoro non è di certo una virtù, se viene annoverata tra le patologie. Oltre a danneggiare la salute mentale e fisica, infatti, avvilisce i rapporti interpersonali fino alla completa trascuratezza: il lavoratore incallito crede che la sua vita ruoti solo attorno alla propria professione, escludendo famiglia e amici dal proprio mondo, fino al completo isolamento. Si sente inutile se non è sotto pressione, e quando non lavora prova senso di colpa e vergogna. Sottovalutare il problema? Un grave errore, ma spesso è necessario rivolgersi ad un esperto perché la situazione venga inquadrata al meglio. Il disturbo, infatti, ha radici profonde, e spesso nasce da un senso di inadeguatezza interno: avere una scarsa autostima, essere maniaci del controllo o aver bisogno di continue conferme possono essere condizione che facilitano l’avanzare della patologia. A volte, anche la volontà di sfuggire ad alcuni problemi personali trova come soluzione la dipendenza da lavoro.

Sono una workaholic?

Come detto, non è facile capire se si è un workaholic o se una persona vicina è affetta da questa ossessione: secondo alcuni psicologi del lavoro, infatti, l’isolamento è condizione non necessaria. Spesso chi ha altre responsabilità come famiglia e figli tende a creare delle abitudini per sopperire le mancanze causate dalla professione. E non si tratta di normale organizzazione del tempo: nel momento in cui vi è un imprevisto che va ad intralciare lo svolgimento dell’attività, il normale “alcolizzato” va in tilt e perde le staffe. Un esperto, come uno psicologo o uno psicoterapeuta, sarà in grado non solo di distinguere chi è un workaholic da chi, semplicemente, è solo un po’ stressato, ma anche di capirne le cause più profonde per elaborare una soluzione.

I rimedi

Come tutte le dipendenze, riconoscere il problema è il primo passo da fare. Il secondo, è rivolgersi ad un esperto: questo tipo di disagi, infatti, nascono da un vuoto che si tenta di colmare con la professione. Il percorso con lo psicoterapeuta o con il coach permetterà di scoperchiare tale mancanza e riempirlo con qualcosa di più risolutivo, bypassando quella tendenza all’eccessivo sacrificio tipico dei soggetti dipendenti. Anche l’ambiente lavorativo fa la sua parte: le aziende dovrebbero scoraggiare l’overworking, se non è utile o addirittura dannoso, e proporre una maggiore attenzione al work-life balance, in modo da favorire comportamenti emulativi. Un altro approccio è quello di migliorare il rapporto con il tempo: la terapia mira a far capire che l’ozio è necessario, e che alcuni piaceri non tolgono importanza e energie alle attività quotidiane. Un riconnettersi con passioni e abitudini perse nel tempo può essere un’ottima soluzione per staccarsi un po’ dagli impegni lavorativi.Il percorso di guarigione è graduale, e chi veramente la fa da padrone è il diretto interessato, con l’aiuto di familiari e amici: spezzare il circolo vizioso di autoalimentazione della dipendenza può essere difficile, se essa è connessa ad un profondo disagio legato alla percezione del sé. Ma, una volta raggiunto, si potrà godere di una nuova, frizzante, libertà.

Pubblicato il: 15 marzo 2016
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