Madeleine K. Albright, Primo Segretario di Stato americano, sostiene che ci sia un posto speciale nell’inferno per le donne che non aiutano le altre donne o per le donne che odiano le altre donne. Eppure è dimostrato: alcune lavoratrici fanno di tutto per far fuori le altre. In modo cattivo, aggressivo e subdolo. E in tutti gli ambiti. Uno studio dell’American Economic Review, condotto in collaborazione con l’Università di Pisa e l’Università di Helsinki, ha rivelato che le donne in commissione d’esame per le cattedre universitarie tendono a valutare le candidate con un punteggio in meno rispetto agli uomini, a parità di preparazione.

Volete altri dati? In Italia, le denunce in rosa per casi di mobbing si attestano attorno al 67%, e molte delle vittime lamentano proprio la mancanza di solidarietà femminile. Insomma, pare che le prime a dire il tipico “te la sei cercata” siano le colleghe. Paura di perdere il posto? Lotta ancestrale? O semplicemente ignoranza e cattiveria gratuita, insoddisfazione di sé e frustrazione? Perché succede tutto questo? Ne abbiamo parlato con la nostra mentor e docente di Psicologia Sociale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, Claudia Manzi.

“Partirei da un’altra domanda: perché le donne soffrono di più quando sono maltrattate da altre donne?” In effetti, una ferita da parte di una donna sembra far più male. “Il ruolo femminile nel contesto lavorativo – continua Claudia – è nella rappresentazione comune fortemente ancorato a quello che potremmo chiamare “asse socio-emotivo”. In altri termini, ci aspettiamo e diamo per scontato che le donne siano “per natura” esperte di relazioni, capaci di empatia, disinteressate al potere e al denaro. Ma in realtà ognuno decide i propri valori da seguire.” E così, pur di perseguire questi valori, si schiaccia la prima personalità più debole e accomodante (o magari, semplicemente educata) che si trova sul proprio cammino. Fermo restando quindi che tutti hanno i propri motivi, che esulano da qualsiasi valutazione sociale, questo potrebbe essere un primo approccio al problema. Ma non la soluzione.

“La ricerca, in questo senso, è ancora ferma a una fase embrionale. Non è così semplice, eppure è un fenomeno che vediamo ogni giorno”, commenta Claudia. Ed è vero, se si pensa alla cassa di risonanza che rappresenta il mondo dello spettacolo in questo senso: Diletta Leotta, la giornalista criticata per la sua presenza a Sanremo; Emma Watson, che addirittura è stata accusata di finto femminismo per una cover di copertina un po’ più ammiccante. Pare che una donna non aspetti altro che la prossima collega, tesa e concentrata all’autorealizzazione da non accorgersene nemmeno dell’astio nei suoi confronti, faccia un passo falso. Salvo poi dover fare i conti con ciò che ne consegue: è facile dire in giro maldicenze per creare un ambiente ostile sul lavoro. Ed è facile, per i colleghi, schierarsi dietro a un’apparente motivazione goliardica. A un tratto, la maltrattata è accusata di essere poco professionale, poco empatica o poco autoironica. E lasciandola con un quesito martellante in testa: perché lo fa?

“Si può ipotizzare che un fattore che possa rendere difficile il rapporto lavorativo tra colleghe sia proprio la minaccia che le donne percepiscono rispetto alla propria condizione femminile”, prova a rispondere la Manzi. Un fattore sociale quindi, in un contesto lavorativo già difficile di per sé per il genere. Alcuni studi condotti all’Università del Queensland, capeggiati da Courtney Von Hippel, mostrano che quando le donne vivono in un contesto lavorativo che percepiscono come discriminatorio nei loro confronti, tendono a separare la loro identità femminile da quella lavorativa. “Praticamente – spiega Claudia – lasciano a casa la loro femminilità, e ciò che in termini identitari comporta il loro essere donna, e vivono la loro identità professionale in maniera asessuata, o peggio ancora emulando un modello maschile.” Questa rosa di motivazioni è stata messa a punto di recente proprio dall’Università Cattolica, in collaborazione con Valore D. Strategia che funziona? Non tanto: toglie energia alla lavoratrice, perché non libera di essere come vuole, e crea tensioni che ricadono su tutta l’azienda.

E già, perché i capi dovrebbero essere i primi ad occuparsi della questione: un lavoratore umiliato, deriso, contrastato, annientato e demotivato non è certo un anello che rafforza la catena. “Ma difendere e difendersi non è facile, seppur possibile.” E si può partire proprio dalla cultura aziendale, tramite una maggiore integrazione del modello femminile nell’equilibrio d’impresa e un maggiore ascolto. E forse, anche da una buona dose di umiltà.

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Pubblicato il: 24 aprile 2017
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