Il teamwork? Non è più quello di una volta, secondo gli esperti dell’Harvard Business Review. Ecco quali sono i segreti per la perfetta gestione (e l’orientamento al risultato) di un gruppo di lavoro che ancora non ti hanno detto.

 

Il teamwork? Se prima si trattava soltanto di un gruppo di persone che condivideva una procedura orientata all’obiettivo – e lavorava solo su quella e per quella –, oggi non è più così. Essendo una dinamica molto più complessa, il gruppo di lavoro è diventato tema di studio fondamentale per gli studiosi di management. E tutte le analisi condotte fino ad oggi hanno portato ad un unico risultato: nella collaborazione non conta la personalità, gli atteggiamenti o gli stili comportamentali; ciò che conta sono le basi, le cosiddette “condizioni facilitanti”. La direzione (ovvero l’obiettivo) deve essere convincente e coinvolgente, l’ambiente favorevole e il contesto bendisposto. 

Vuoi partire col piede giusto? Crea una struttura solida
I team odierni seguono la regola delle 4D: sono diversificati, dispersi, digitali e dinamici. In particolare, la direzione diventa un elemento fondamentale, l’ingrediente di coesione che permette la collaborazione di gruppi eterogenei e diversificati (a livello geografico o culturale). In poche parole: qual è la finalità del gruppo? Ad esempio, soddisfare il cliente? Richiamare nuove risorse? Un primo step di organizzazione degli obiettivi – la struttura solida – risulta essere fondamentale per far camminare il team con le proprie gambe.

L’identità del team
Anche scegliere i giusti membri è un passo fondamentale per agevolare la collaborazione: tenere conto di esperienze, background e personalità permette di creare il giusto mix a livello qualitativo e quantitativo. Attenzione dunque al momento di selezione: le competenze devono essere equilibrate. In una ricerca condotta dall’Harvard Business Review sui team di lavoro di World Bank, ad esempio, è emerso che i team più efficaci ed efficienti traggono beneficio da una miscela di componenti locali (che apportano conoscenze personalizzate sul luogo di lavoro e il contesto culturale) e cosmopoliti (che apportano conoscenze tecniche). Neanche a dirlo, anche in questo caso il diversity management risulta essere l’arma vincente.

La divisione dei compiti
Anche la divisione dei compiti deve essere scelta con altrettanta cura: chi l’ha detto che tutti i componenti devono avere lo stesso carico di lavoro? La stessa ricerca degli studiosi di Harvard ha sottolineato come i vari compiti debbano essere adattati alla personalità del singolo: i lavori più dinamici andranno al singolo, quelli più tecnici al profilo psicologico e professionale più routinario. Far emergere la personalità e renderla fondamentale nella sua unicità per il team aiuta nei momenti di difficoltà, favorisce la coesione e – importantissimo – contiene i costi. Un modo per autoalimentare la motivazione? Un sistema premiante da parte del management o dal coordinatore del progetto è ancora il modo più efficace per attivare un rinforzo positivo. Da non sottovalutare, poi, la formazione continua: permettere al singolo di migliorarsi e crescere continuamente da’ la stessa soddisfazione di un ricompenso economico. E aiuta tutti.

E infine…
Ultimo, ma non meno importante, la competenza digitale: una buona comunicazione interna con mezzi adeguati, infatti, dovrebbe essere condizione fondamentale per entrare a far parte del gruppo. Se così non fosse, un momento di formazione iniziale è fondamentale: imparare ad usare la intranet aziendale, ad esempio, permette un alleggerimento della posta elettronica e una comunicazione “lean”, snella e agevole. Senza tralasciare la comunicazione verbale: uno spazio di lavoro comune piace e stimola la collaborazione. Seguire i trend di management, infatti, è bello e permette un’evoluzione continua del lavoro; ma analizzare il proprio team e adattarne tutti questi strumenti permette di renderlo vincente, efficiente e, soprattutto, produttivo.

Pubblicato il: 19 luglio 2016
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