Il linguaggio non verbale è una tipologia di comunicazione spesso inconscia: dominarla non solo renderebbe più sicuri nel rapporto con gli altri, ma aiuterebbe addirittura a convincere l’interlocutore. Vediamo come.

La comunicazione non verbale? Un tema delicato e complesso, ma dalle solide basi scientifiche: gli studiosi, sull’argomento, organizzano corsi, scrivono libri e fanno seminari, e in questa giungla è difficile distinguere chi fa sul serio. Sì, perché il linguaggio del corpo – come qualsiasi tipo di comunicazione – è una cosa serissima: se ben appreso, può essere utilizzato in modo soddisfacente, come spiegato dal dottor Morris in “L’uomo e i suoi gesti”, una vera e propria bibbia del settore. Il libro si basa sullo studio condotto anni prima dal dottor Michael Argyle dell’Università di Cambridge: il 97% della comunicazione è non verbale, e quest’ultima è 12,5 volte più efficace di quella verbale. Qualche esempio?

Il sorriso lento

Un sorriso spontaneo è bello, ma non persuasivo. Uno studio dello psicologo statunitense Paul Ekman conferma che il sorriso più efficace sia quello lento, che scopre i denti piano senza mai esporre le gengive, e ha una velocità di 0,5 millisecondi. Incredibile? Provare per credere. E per potenziarlo, un trucco in più: piegare la testa verso destra.

Gesticolare…con moderazione

Un gesticolare troppo frenetico può essere indice di nervosismo. Nell’educazione scolastica si insegna sempre che gesticolare non va bene: in realtà questo è vero in parte. Gesticolare può essere utile se, ad esempio, aiuta a sottolineare un concetto, o a rendere una frase più incisiva. In alcuni punti del discorso, quindi, può essere fatto per far ricordare meglio i contenuti al proprio pubblico, in modo lento e controllato. E aumenta di tre volte l’efficacia delle parole.

Occhi dentro occhi

Sostenere lo sguardo del proprio interlocutore denota sicurezza, ma farlo per più di 30 secondi, come spiega Ekman, intimidisce. Se volete guardare gli occhi di qualcuno, fatelo con furbizia: verificate la sua disponibilità, osservando se la pupilla è dilatata. In questo caso, il segnale di apertura è chiaro: il vostro pubblico è ben disposto all’ascolto.

La prossemica del tocco

La gestione degli spazi con l’interlocutore è un altro tema caldo della comunicazione non verbale: in Italia di solito si tende a toccare di più le persone con cui si sta parlando, ma senza criterio. L’Università del Minnesota, invece, ha stabilito che toccare il proprio interlocutore sul braccio (vicino al gomito), aumenta del 36% la possibilità che ci si ricordi il nome di chi lo ha fatto e di cosa si stava parlando. L’importante è, naturalmente, non invadere lo spazio altrui: se si nota che l’altro si ritrae, magari incrociando le braccia, significa che non ha gradito.

Ci vuole spina dorsale!

In tutti i sensi, quando ci si siede: è importante infatti non abbandonarsi mai sulla sedia, e non solo perché è maleducato. Una posizione eretta, infatti, aiuterebbe anche la memoria, secondo uno studio pubblicato sullo European Journal of Social Psychology. E aiuta anche ad avere maggiore autostima.

Il mirroring

Il rispecchiamento, infine, è una delle tecniche più utilizzate nel campo: emulare i gesti dell’interlocutore, in modo discreto e non scimmiottandolo, lo aiuterebbe a sviluppare una maggiore empatia. Si possono, ad esempio, incrociare le gambe come fa lui o lei, o magari spostare il busto a sinistra o a destra, in base a come si pone l’altro. Il tutto con estrema delicatezza: solo così si innescheranno meccanismi inconsci che agiranno a un livello non cosciente, facendoci apparire subito più simpatici agli occhi dell’ascoltatore.

 

Pubblicato il: 3 novembre 2016
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