I team di lavoro? Al giorno d’oggi sono pane quotidiano per le aziende, ed esprimono una metodologia di lavoro sempre più diffusa anche per progetti a lungo termine, anche in Italia. Un esempio è UniCredit, che ha costruito un intero sistema di comunicazione interno su un team di pochi eletti: un progetto che va avanti dal 2009 e che si evolve giorno dopo giorno.

Ma come si misura l’efficacia del team? Competenza, ascolto, proattività?

Il programma Aristotele

Quando si pensa alla formazione di un team di lavoro, il primo obiettivo potrebbe essere quello di reclutare i migliori componenti: eppure spesso non basta. Lo rivela Google in una recente ricerca condotta in autunno e pubblicata sul New York Times, che ha un po’ il sapore della scoperta: non è importante creare un gruppo di geni, ma creare delle interazioni solide.
Le peculiarità dei singoli componenti, a quanto pare, si ridimensionano nel lavoro in gruppo, lasciando spazio a una serie di dinamiche e obiettivi comuni necessari per la buona riuscita del progetto.
Il progetto, chiamato Aristotele, ha analizzato una grossa quantità di output proveniente dall’autovalutazione di diverse aziende, il tutto condito da interviste in profondità per il raggiungimento di una precisione quanto più empirica possibile.

Coesione batte competenza

Cosa è emerso? Che l’interazione è sì importante, ma può essere sostenuta solo da una specifica peculiarità dei singoli, che va al di là della competenza: l’intelligenza emotiva.
La ricercatrice e punta di diamante del progetto Aristotele, Julia Rozovsky, spiega: “La sicurezza psicologica del team, ovvero la capacità di sentirsi al sicuro nell’esprimere la propria opinione e non autocensurarsi per paura del giudizio altrui, risulta essere la discriminante per la buona riuscita di un progetto.”
Libertà di parlare quindi, ma anche capacità di ascoltare: tutto il team deve prendere atto del fatto che il fallimento è uno step importante del progetto, e creare il clima migliore affinché si compiano tutte le possibilità che conducono al risultato positivo.

 Gli obiettivi? Chiari e condivisi

La struttura di base, poi, deve essere ben definita: la messa a terra di obiettivi chiari e condivisi è un lavoro che deve essere fatto nella fase preliminare del progetto, seguito da un test che permetta agli owner del progetto di assicurarsi che gli scopi comuni siano stati effettivamente percepiti: la comunicazione sarà più mirata e l’intero lavoro risulterà più allineato con l’idea iniziale. Idea, questa, che avrà sicuramente dei risvolti sull’intero programma aziendale: farlo presente permette di mettere il team al centro della scena, responsabilizzarlo e al contempo spronarlo a fare sempre meglio. “Sentirsi un anello importante della catena di montaggio fa scattare un talento che va al di là di qualsiasi competenza tecnica”, spiega Rozovsky, “ed è quello che ripaga nel lungo periodo.”

La motivazione e la coesione, prima ancora della competenza, risultano ancora una volta l’arma vincente.

Pubblicato il: 19 dicembre 2016
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