I francesi lo chiamano devoir d’impertinence ed è quel diritto di essere controcorrenti, ribelli o sfrontate per perseguire obiettivi nella vita e nel lavoro. Lo usano gli uomini, le donne invece sembrano averlo dimenticato. Eppure, la sfrontatezza nell’ambiente di lavoro può essere anche positiva e apprezzata. Lo dimostrano queste storie e i consigli che due mentor hanno voluto darci. Per dirci che sì, essere impertinenti è utile. Ma che farlo con la testa lo è ancora di più.

Quando Giorgia, 41 anni, è diventata direttore generale di un’organizzazione che si occupa di assistenza sanitaria, si è presentata ai suoi collaboratori con queste parole: “Voglio fare questo lavoro ma è una grossa responsabilità e ho bisogno del vostro aiuto”. Mostrare la sua insicurezza però non le ha fatto bene: “ho perso credibilità con chi voleva una leader ottimista e sicura di sé” ha confessato. Il suo capo, in fase di valutazione, le ha spiegato che doveva presentare le sue idee con più fermezza, magari con quel pizzico di impertinenza che appartiene soprattutto (ma non solo) ai leader. Perché sì, per farsi notare sul luogo di lavoro umiltà, preparazione e passione servono ma non bastano. Ogni tanto, bisognerebbe trovare il coraggio di farsi avanti, e correre dei rischi.

Un articolo pubblicato nei mesi scorsi dal New York Times definiva la possibilità di raggiungere o meno i propri obiettivi professionali o di vita il frutto di una semplice scelta: “ciò che dovremmo avere imparato è che solo quelli che credono in loro stessi potranno fare grandi cose. Sono quelli che fanno i pezzi grossi, quelli che vogliono la palla negli ultimi secondi della partita, quando il gioco si fa duro, a poter raggiungere i loro obiettivi”. Gli uomini ne sanno qualcosa, ma sempre più ricerche confermano ciò che il mercato del lavoro riflette da tempo: le donne hanno qualche difficoltà in più, quando si tratta di correre dei rischi (secondo una ricerca ISPO una donna su due è insicura sul lavoro). E dimenticano che invece, quando serve, dimostrarsi impertinenti, controcorrente, esuberanti e sicure di sé può rivelarsi la carta vincente.

Alcune ricerche hanno distinto due tipi di “ribellione”: una positiva, quando basata sull’ascolto, sulle opportunità, sulla passione, sulla relazione e sull’ottimismo, e una negativa, quando nata da preoccupazioni, rabbia, pessimismo ed egocentrismo. La prima porta vantaggi, opportunità, crescita, la seconda verte verso il fallimento. “Non sempre essere impertinente mi ha fatto bene nella mia carriera lavorativa” confida la mentor Claudia Femora, Direttore Relazioni Estere e Affari Istituzionali di Boiron Italia, “qualche volta essere diretta e schietta mi ha anche penalizzata, ma in generale ho avuto più benefici che svantaggi. Un esempio? I primi passi nel mondo della comunicazione, ho iniziato con una chiamata improvvisata e una gran dose di spontaneità. Mi trovavo con le pagine gialle aperte per caso su “Agenzie di Pubbliche Relazioni”, ho alzato la cornetta e chiamato uno dei primi numeri in elenco”.

Ecco l’impertinenza che piace. Perché è ben motivata, partecipativa ma anche responsabile, perché dire “no” comporta rischi e conseguenze che non sempre si è pronte ad affrontare. “Andare controcorrente fa parte dell’essere visionari” ci spiega Claudia Manzi, psicologa e ricercatrice all’Università Cattolica di Milano, “uscire dagli schemi e mettersi in gioco è necessario per chi vuole vivere un cambiamento”. Ma attenzione: “va fatto con intelligenza, educazione e rispetto. Intelligente perché bisogna sempre capire il contesto in cui ci troviamo e scegliere il linguaggio più giusto per comunicare. Educazione, perché è facile cadere nel narcisismo e nella superbia. Rispetto, per gli altri, ma soprattutto per noi. Perché essere impertinenti è faticoso, ma tradire le nostre convinzioni profonde alla lunga può esserlo molto di più”. E allora, osiamo, corriamo dei rischi, andiamo controcorrente. Purché sia fatto con la testa.

 

Pubblicato il: 10 dicembre 2015
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