“Posso sapere quanto guadagna e ha guadagnato in passato?”: secondo alcuni è una domanda che danneggia la candidata e può condizionare la retribuzione.

Il gender gap? Non è una novità, per le donne: la disparità salariale basata sul genere è un peso non solo per le tasche delle lavoratrici, ma anche per il PIL italiano, che risentirebbe di un generale andamento positivo se non dovessimo fare i conti con buste paga inique. Eppure, pare che il problema abbia radici più profonde, e nasca da comportamenti che di solito riteniamo normali: alzi la mano chi non si è mai sentita dire “Quanto guadagna attualmente?” durante un colloquio di lavoro.
“La questione è molto semplice”, afferma Oliver Staley in un articolo su Quartz, “Poiché le donne in genere guadagnano meno degli uomini, usare i loro salari passati come punto di partenza le pone in svantaggio nella negoziazione di un nuovo stipendio.
Il ragionamento non fa una piega, ed è stata già ampiamente sperimentata la strategia che vieta, ai potenziali datori di lavoro, di chiedere la storia salariale ai candidati. A New York e in Massachusetts questa è ormai una regola non scritta.

Ma c’è il rovescio della medaglia: un recente studio PayScale suggerisce che le donne, non raccontando la loro storia salariale, possano essere inconsciamente punite. Lydia Frank, executive di PayScale, racconta alla rivista Harvard Business Review come è stato condotto lo studio: il sito web ha creato un database all’interno del quale sono stati registrati 15.413 stipendi di candidati in cerca di un nuovo lavoro. Quando le donne, dietro suggerimento, rifiutavano di rivelare il loro stipendio precedente, hanno ricevuto un’offerta dell’1,8% inferiore rispetto alle donne che, al contrario, rispondevano positivamente alla domanda. Dov’è la novità? Gli uomini che non hanno rivelato lo stipendio, invece, hanno ricevuto un’offerta maggiorata dell’1,2%.
Secondo l’economista Linda Babcock, il gap ha radici nella solita cultura maschile del lavoro: le lavoratrici che negoziano il loro stipendio non rispondono all’immaginario comune e sociale del comportamento che una donna dovrebbe tenere. Si tende a pensare, infatti, che abbia qualcosa da nascondere, che abbia uno stipendio più basso o, addirittura, che non sia una professionista capace di eseguire gli ordini.

Come risolvere? L’ideale sarebbe sostituire la fatidica domanda con una richiesta di aspettativa di stipendio, per capire se ci si può permettere il candidato. L’alternativa sarebbe fornire un range di stipendio per il relativo lavoro, e permettere al candidato di valutarlo in tranquillità. Se da un lato, infatti, rifiutare di rispondere alla domanda potrebbe creare un ambiente ostile durante il colloquio, dall’altro, fornire una forbice di possibilità e parlare della questione stipendio potrebbe favorire il dialogo e far trovare un punto d’incontro tra la candidata e l’azienda. Tutto questo, tuttavia, dovrebbe avvenire solo dopo aver reso consapevoli i datori di lavoro del problema e dei preconcetti che ruotano attorno alla questione salariale femminile: senza una adeguata informazione e un awareness sulla tendenza maschile nel mondo del lavoro, le candidate non saranno mai viste come professioniste da trattare al pari degli altri. E la domanda “Quanto guadagna attualmente?” assumerebbe lo stesso, pesante peso, della più temuta “Ha intenzione di avere figli in futuro?.”

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Pubblicato il: 11 settembre 2017
Categoria:
Marzia Saglia 12 settembre 2017 alle 16:29

Per la mia esperienza è meglio dirlo. A me in un’occasione è stato risposto che guadagnavo anche troppo per il mio ruolo: ho capito che non era un’azienda che faceva per me….Marzia

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