In occasione della festa della donna, abbiamo indagato sul rapporto tra donne italiane e mondo del lavoro. Tra numeri, grafici e contributi delle nostre mentor, ecco che cosa vogliamo cambi quando parliamo di lavoro.

Un mondo non proprio roseo
Che il rapporto tra donne e lavoro non sia idilliaco lo sanno da tempo le donne e lo confermano i numeri. Gli ultimi, pubblicati pochi mesi fa dal rapporto Istat “Come cambia la vita delle donne”, raccontano dei cambiamenti della vita professionale (e non) delle donne italiane negli ultimi 10 anni (2005 – 2015).
Partiamo dalle notizie positive: l’occupazione femminile, dal 1995 al 2015, è cresciuta del 287% per le over 55, passando da 552 mila a 1,498 milioni lo scorso anno. A sorpresa, poi l’ultimo decennio ha visto esplodere le donne ai vertici: la presenza femminile nei consigli di amministrazione è raddoppiata, passando dall’11,6% al 22,7%.
Ancora lunga, invece, la strada per quanto riguarda la parità salariale: anche se la media UE si attesta intorno al 16,1%, il gender pay gap in Italia vede una differenza di stipendio tra uomo e donna del 7,3%. Il dato più rilevante però, riporta l’Istat, riguarda purtroppo le mamme: circa 10 milioni di donne hanno dovuto rinunciare al lavoro per la famiglia (sono circa il 44% delle italiane) e 1 su 4, dopo due anni dalla nascita del figlio, non ha più un lavoro. E ancora: un recente articolo del New York Times, parlando del lavoro spesso sottovalutato e non retribuito delle donne quando svolgono faccende domestiche, faceva notare quanto in Italia sia grande lo squilibrio tra le 5,3 ore al giorno delle donne rispetto all’1,7 degli uomini.
Numeri, questi, che penalizzano il nostro Paese: un report pubblicato pochi giorni fa dalla rivista americana The Economist, poneva l’Italia al ventunesimo posto su 29 nella classifica dei paesi amici delle donne lavoratrici. Lo studio, che ha incrociato fattori come la durata del congedo parentale, l’occupazione femminile e il numero di donne nelle posizioni di comando, ci piazza sopra la Grecia e la Gran Bretagna, ma sotto la Repubblica Ceca e l’Austria. “È ancora un mondo per uomini”, commentavano gli autori dell’articolo. Possiamo dargli torto?

Come si può migliorare? La parola alle mentor
Di fronte a dati non proprio rosei, la domanda è una sola: che cosa servirebbe, in concreto, per migliorare il rapporto tra donne e lavoro? Un sondaggio pubblicato pochi mesi fa dalla società di ricerca Swg, a cui hanno risposto più di 2000 donne, ha rivelato di volere più orari flessibili e possibilità di part-time/telelavoro (50%), più asili e strutture di supporto (19%), contratti di lavori più sicuri (16%) e più aiuti in termini di voucher baby sitter (10%).
Noi di workHer però abbiamo voluto chiedere anche alle nostre mentor che cosa ne pensano. Ponendo una semplice domanda: “che cosa vorresti cambiasse, nei prossimi 365 giorni, per migliorare il rapporto tra donne e lavoro?”
Hanno risposto in tante, ecco che cosa ci hanno raccontato:

“Vedere più donne nei posti di comando in modo che facciano da role model e facilitino l’ascensore professionale”

Lavorare 8 ore al giorno e poter usufruire di lavoro flessibile per conciliare impegni con i figli”

“Il mio sogno ad occhi aperti sul rapporto tra donne e lavoro è mettere in atto una profonda operazione culturale che possa modificare profondamente gli stereotipi  e il sessismo che ancora pesantemente (e spesso inconsapevolmente) condiziona la percezione che uomini e donne hanno sulla maternità.”

“Per le donne vorrei: più sostegno fin da giovani, un consiglio a tutte le ragazze studiate le materie Stem (Science Tecnology Engeneering Matematics) ci sono tantissimi posti di lavoro che attendono, anche in Italia. E poi una maggiore consapevolezza delle possibilità e della necessità per le donne di rimanere nel mondo del lavoro a tutte le età. Aiutarsi, fare network, chiedere e dare supporto, metterci passione sempre.”

“Ho scoperto che essere donna significasse qualcosa di diverso solo entrando nel mondo del lavoro. Prima ero semplicemente Paola, semplicemente io senza bisogno di sentirmi pari o uguale a nessuno. Ecco vorrei che si cambiasse nel senso che il rapporto donna lavoro diventi un rapporto fisiologico, senza cuciture, seamless come si dice in inglese!”

“Per il prossimo anno, spero che le donne, così come hanno una dote particolare nel riconoscere e imparare dai propri errori, imparino a celebrare i propri successi. Un progetto ben riuscito, un contratto chiuso, una causa vinta, una ricerca che ha portato risultati: dobbiamo dar voce alle nostre piccole e grandi vittorie. Impariamo anche ad accettare i “brava” da chi ci sta intorno. Ogni successo diventerà un’iniezione di autostima e uno stimolo a fare sempre meglio…”

“Io parto dalla nostra responsabilità personale: voglio vedere obiettivi chiari e progetti strutturati per raggiungere i nostri obiettivi. Un approccio più concreto al cambiamento che parta da noi. Le risorse per apprendere come definire un obiettivo e i mentor che ci accompagnino nel percorso ci sono, basta saper guardare nella giusta direzione, imparare a chiedere e prevedere il giusto investimento personale.”

Vorrei vedere l’esercizio di una leadership femminile che possa cambiare il mondo del lavoro (maschile) dal di dentro: collaborazione verso competizione, cura verso interesse, potenza verso potere.”

“Difendere il proprio spazio vitale significa non accettare più soprusi verbali che offendono e degradano tutti i giorni. Bisogna cambiare la propria testa e la propria autostima per affrontare la quotidianità lavorativa e imparare a rispondere alzando lo sguardo e la voce direttamente su chi ha potere su di noi. Ogni giorno esercitatevi. Visualizzate il Vostro persecutore e affrontatelo nella vostra mente. Vedrete cambierà tutto!!!”

 

Sempre secondo il rapporto Istat sono aumentate anche le donne che vogliono lavorare (sono più degli uomini): sono 3 milioni e 516 mila contro i 3 milioni e 132 mila. Gli economisti calcolano che se in Italia la percentuale di donne che lavorano si avvicinasse a quella degli uomini occupati, la forza lavoro italiana crescerebbe del 7% e il Pil pro capite aumenterebbe di un punto percentuale all’anno per i successivi 20 anni. Che cosa stiamo aspettando?

 

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Pubblicato il: 8 marzo 2016
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