Il Ministero dell’Economia italiano sta valutando di introdurre il gender budgeting, un indicatore statistico che avrà lo scopo di approfondire e mettere in evidenza le diverse politiche di bilancio che gravano sugli uomini e sulle donne in merito alla spesa, ai servizi e al lavoro non retribuito.

Anche se il gender gap rispetto al tasso di istruzione si sta via via riducendo, per quanto riguarda il livello di partecipazione al mercato del lavoro il divario rimane in Italia ancora molto forte, tanto da far retrocedere il Belpaese dal 41° posto del 2015 al 50° nel 2016 nel world index sul gender gap.

Adottare il gender budgeting significa sviluppare un piano d’azione concreto per promuovere l’uguaglianza di genere a livello fiscale. Molte politiche rosa si sono a lungo concentrate sulle leggi costituzionali e sul sociale, mentre questo nuovo strumento di valutazione si focalizza direttamente sul portafoglio della nazione.

Il programma previsto dal governo italiano si rivolge ai second earners, i membri della famiglia (spesso donne) che favoriscono il bilancio familiare svolgendo un impiego a basso reddito (lavori part-time da 300/400 euro mensili).

Anziché aumentare gli stipendi applicando un salario minimo, il governo intende inserire alcune esenzioni per evitare che il reddito aggiuntivo, per quanto ridotto, faccia aumentare il reddito familiare a livello di Isee e aliquota Irpef.

Molte risoluzioni delle Nazioni Unite oggi vertono sulla questione dell’empowerment femminile, ma le politiche internazionali non possono più limitarsi a generali discorsi sulla discriminazione di genere, è necessario passare all’azione: il gender budgeting fiorisce in quello che è il centro nevralgico del sistema governativo, il Ministero dell’Economia e della Finanza e, incoraggiato dalla World Bank, l’ONU e il FMI, questo strumento innovativo sta suscitando l’interesse dei governi di tutto il mondo.

In realtà, il gender budgeting non è una novità. Alcuni paesi come l’Australia e il Sud Africa già dagli anni Ottanta hanno cercato di approvare politiche di questo tipo ma gli sforzi sono stati vani in quanto sono state accolte come misure anticonformiste e anti-austerity.

I paesi nordici sono i pionieri del gender budgeting in Occidente e in particolare la Svezia, che si dichiara “governo femminista”, potrebbe costituire il modello per eccellenza.

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Pubblicato il: 21 aprile 2017
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